L'AI nella PA adesso ha le regole. Manca ancora il metodo
L'AI va messa nei processi della PA per liberare tempo umano, e non servono i modelli di frontiera per farlo. L'AI Act e la legge italiana fanno la parte facile; il metodo no. Visto da chi alla PA ci ha provato.

Nel 2023 scrissi che la Pubblica Amministrazione doveva approfittare dell’intelligenza artificiale, “tenendo sempre conto delle criticità”. Era un pezzo prudente, buttato giù mentre mi candidavo alle elezioni di Ivrea. Col senno di poi aveva un difetto: trattava la questione come se fosse tecnica. Rischi da una parte, opportunità dall’altra, basta bilanciarli. Non è così. È una scelta politica, e lo è sempre stata.
Parto da dove sto io: la voglio dentro, non fuori
Sgombro il campo da un equivoco. Non sono fra quelli che l’intelligenza artificiale la terrebbero lontana dagli uffici pubblici. Al contrario. Credo che vada messa dentro i processi, e senza troppe esitazioni. Non per moda: per una ragione concreta. La PA affoga nel lavoro ripetitivo — protocollare, smistare, cercare un documento, tradurre un modulo, rispondere per la centesima volta alla stessa domanda. Ogni ora passata lì è un’ora tolta a ciò per cui una pubblica amministrazione esiste: stare davanti alle persone, occuparsi dei casi veri, quelli che una macchina non sa e non deve gestire.
È questo il punto, non il taglio dei costi. Se l’AI si prende il lavoro meccanico, il tempo umano torna dove vale: il rapporto diretto col cittadino e le decisioni che pesano. L’efficienza non è il fine, è ciò che libera le persone per le cose ad alto valore.
Non serve il modello più potente del mondo
E qui va detta una cosa che nei convegni si sente poco: per far funzionare tutto questo il modello di frontiera, l’ultima versione pagata a peso d’oro, non ti serve. Quasi mai. I compiti di un Comune sono circoscritti e noiosi — capire una richiesta e indirizzarla, riassumere una delibera, tradurre una pagina, rispondere a domande ricorrenti. Roba che un modello più piccolo, magari aperto e tenuto in casa, fa benissimo a una frazione del costo.
Inseguire il modello più grande è lo stesso errore di chi compra il gestionale più caro perché “tanto è il migliore”: paghi una potenza che non userai mai, e con i soldi pubblici è anche meno giustificabile. Il mestiere è trovare il compromesso giusto tra quello che serve davvero e quello che costa. È una scelta da ingegnere prima che da assessore, ed è esattamente quella che nei capitolati non fa quasi nessuno.
Due anni dopo è cambiato il contesto. Dal 2 agosto 2026 l’AI Act europeo è pienamente in vigore. Dal 10 ottobre 2025 — un anno fa, in questi giorni — l’Italia ha la sua prima legge sull’intelligenza artificiale, la 132. Quindi non siamo più nel campo del “si può fare?”. Le regole ci sono. Ed è un bene.
Il punto è che le regole hanno fatto la parte facile.
Cosa hanno risolto
Tre cose, soprattutto, e vanno riconosciute.
La prima: la responsabilità. La legge italiana dice che nella PA l’AI è strumentale, di supporto, e che la decisione resta di una persona, che ne risponde. Niente provvedimenti firmati da un algoritmo. Sembra ovvio, non lo era: per anni la tentazione è stata nascondersi dietro “l’ha deciso il sistema”.
La seconda: i divieti. Alcuni usi sono fuori legge e basta. Il punteggio sociale dei cittadini da parte di un ente pubblico, per dirne uno, non è una scelta discutibile caso per caso. È vietato. Bene così.
La terza: l’obbligo di guardare prima. Per i sistemi considerati ad alto rischio — e nella PA ce ne sono parecchi, dal welfare all’accesso ai servizi essenziali — l’ente deve fare una valutazione d’impatto sui diritti delle persone prima di accendere la macchina. Non dopo, quando il danno è fatto. Non puoi più sperimentare sui cittadini e vedere come va.
Su questo l’impianto europeo, pur farraginoso, ha un pregio: ti costringe a ragionare per rischio invece che per entusiasmo.
Cosa non hanno risolto
Tutto il resto. Cioè la parte che conta davvero quando amministri.
Una legge ti dice cosa non puoi fare. Non ti dice come farlo bene. E le domande difficili sono rimaste tutte lì dov’erano.
Chi, dentro il Comune, ha le competenze per capire cosa sta comprando? Quasi nessuno. Allora ci si affida al fornitore, e il fornitore ti vende la sua soluzione, con i suoi dati, i suoi server, i suoi rinnovi. Due anni dopo sei dentro un lock-in da cui uscire costa più che restarci. La legge italiana ha persino tolto il vincolo di tenere i dati su server nazionali: discutibile, ma almeno è una decisione esplicita. La dipendenza dal fornitore, invece, nessuna norma te la risolve. Te la risolvi tu, nel capitolato, se sai cosa scrivere.
E poi la trasparenza vera. Non l’avvisetto “stai parlando con un assistente virtuale”, che è il minimo sindacale previsto dalle regole. Intendo dire ai cittadini quale sistema stai usando per decidere cosa, con quali dati, e come fanno a contestare una risposta. Questo la norma non te lo impone nei dettagli. È una scelta, e quasi nessuno la fa.
Il rischio è usare le regole come alibi
C’è un modo garantito di sbagliare, ed è il più comodo: trattare l’AI Act come un timbro. “Siamo conformi”, scritto nella relazione, e via. La compliance come foglia di fico.
Lo vedremo nei prossimi mesi. Comuni che annunciano in pompa magna il chatbot “con l’intelligenza artificiale” sul sito istituzionale, perché fa moderno, mentre l’ufficio protocollo risponde ancora via PEC in quindici giorni. Tecnologia come comunicato stampa. Adeguarsi a una legge non è avere un metodo. È solo non prendere la multa.
Su una cosa non ho cambiato idea dal 2023, e la ripeto da amministratore mancato più che da ingegnere: la trasparenza non elimina le discussioni, le rende mature. Vale per come si valutano le squadre di un Carnevale e vale, molto di più, per come una PA decide sulla vita delle persone. Criteri espliciti, scelte dichiarate, responsabilità in capo a qualcuno con un nome e un cognome. Il resto è marketing.
Se mi ricandidassi
Potrebbe succedere, prima o poi, magari non a Ivrea. E so già come tratterei questo tema, perché non riguarda la tecnologia ma il modo di amministrare.
Metterei l’AI al lavoro, ma dove fa risparmiare tempo vero, non dove fa notizia. Niente modelli di frontiera per rispondere a quattro domande ricorrenti. Prima le competenze dentro la macchina comunale, poi gli strumenti, mai il contrario. Capitolati scritti da chi ha capito cosa compra. E una regola semplice, più severa di qualsiasi articolo di legge: di ogni sistema che tocca un cittadino, un cittadino deve poter sapere che c’è, cosa fa e a chi lamentarsi.
Le regole, finalmente, ci sono. Il metodo lo mette chi governa. E quello non arriva da Bruxelles.
Nota — Questo articolo l’ho scritto con l’aiuto di un’intelligenza artificiale, che ho usato per la ricerca sulle norme, per strutturare il testo e rifinirne la forma. L’impostazione, la tesi e le opinioni sono mie: ci mancherebbe, visto l’argomento. Mi sembrava giusto dirlo.